Un tampone salverà il Mondo… o no?

Cerca, isola, testa e tratta. Questa la strategia OMS per fronteggiare l’epidemia di COVID19. Le azioni sono chiare e devono essere eseguite nell’ordine preciso:

  1. cerca
  2. isola
  3. testa
  4. tratta

E’ evidente che le priorità per bloccare il contagio sono indagine epidemiologica ed isolamento dei sospetti. Una volta isolato, il sospetto non è più in grado di far avanzare la catena del contagio. A questo punto si fa il test e, se positivo, si avvia al follow up sanitario ed ad un eventuale trattamento se dovesse averne bisogno.

In questi giorni assistiamo ad una fortissima pressione sia da parte dei cittadini che degli operatori sanitari ad eseguire tamponi a tutti o, comunque, ad un numero molto maggiore di individui.

Tale richiesta, che sorge da una istintiva necessità di conoscenza nei confronti di un nemico che da invisibile si vuole rendere visibile, deve essere accolta con molta prudenza e vi spiego perché.

Un tampone eseguito a tutti gli asintomatici non è fattibile: immaginate di poter fare 60.000.000 di test al giorno? Inoltre, è anche controproducente: i negativi, che saranno 59.996.000, li ri-testiamo tutti il giorno dopo? Se non facciamo così, lasceremmo in circolazione ogni giorno tante persone che credono di essere negative e non lo sono.

Si chiede dunque di dare la priorità agli operatori sanitari. Giusto, in questo momento sono il gruppo a maggior rischio. Anche se su scala ridotta, però, il numero di tamponi da eseguire sarebbe comunque altissimo. E sempre con lo stesso problema: che facciamo al tampone negativo? Lo ri-testiamo il giorno dopo? Per un operatore sanitario il senso di sicurezza dato da una negatività sarebbe ancora più rischioso per sé e per i suoi pazienti.

Resta chiaro ed evidente che la strategia di diagnostica e screening deve essere, appunto, una strategia.

In Puglia, dove oggi lavoro nella task force di risposta all’epidemia, abbiamo stilato una strategia per il contenimento dei focolai nosocomiali che credo rappresenti un buon compromesso:

  1. lettura della temperatura all’ingresso in ospedale per tutti gli operatori. Almeno evitiamo che vada a lavorare qualche stakanovista con la febbre
  2. identificazione immediata di tutti gli operatori che siano stati a contatto con un positivo senza indossare dispositivi di protezione individuale (DPI)
  3. I contatti occasionali sono seguiti con sorveglianza sanitaria e isolati e testati appena presentassero sintomi
  4. I contatti più stretti sono messi in contumacia a domicilio immediatamente e sottoposti a sorveglianza sanitaria. Se dovessero comparire sintomi vengono testati immediatamente. Se invece dovessero restare asintomatici, anche da asintomatici al 7° giorno sarebbero testati e rimessi in servizio se negativi.

Questa strategia, insieme al fatto che si testano tutti i sintomatici sospetti nella popolazione generale, ha portato fino ad oggi ad eseguire in tutto oltre 6.000 tamponi, che significa 7-800 al giorno negli ultimi giorni. Questo livello di indagine ha permesso fino ad ora di individuare circa 800 casi. Il numero di tamponi positivi sul totale è stato di circa il 13%, a riprova del fatto che comunque abbiamo largheggiato il giusto.

 

La contestazione che ci fanno i clinici è, però, relativa alla propria sicurezza: come facciamo a sapere che un nostro paziente è positivo? E come facciamo ogni giorno a tornare a casa dai nostri cari ed escludere di essere stati contagiati?

Dubbi, ancora una volta, legittimi ma che richiedono una riflessione. Il tampone agli asintomatici, sia pazienti che operatori non garantisce comunque che il soggetto in questione si positivizzi un’ora dopo. Quindi anche con un test negativo in uscita dal mio turno in ospedale, nella notte potrei infettare mia moglie se dormissi nello stesso letto.

Cosa fare allora? Semplice, il rischio non lo si può azzerare, ma si può ridurre di molto con poche semplici regole:

  1. In Ospedale bisogna seguire comunque la regola del #iorestoacasa, cioè devo ridurre allo stretto necessario i contatti interpersonali. Niente capannelli, niente caffè al bar, niente pizze mangiate insieme nella sala medici
  2. Finché l’organizzazione del lavoro lo consenta, bisogna eseguire il più possibile teleconsulti e non girare da un reparto all’altro
  3. Organizzare i turni di lavoro per creare dei gruppi di staff che siano sempre gli stessi ad orari alterni. Cioè il mio compagno di turno deve essere possibilmente sempre lo stesso. Bisogna cioè compartimentare al massimo il personale e limitare gli incroci di contatti

Ma quello che sarebbe in assoluto più efficace, sarebbe quello di trattare TUTTI i pazienti e TUTTI i colleghi come potenzialmente infetti. La mascherina chirurgica e il gel disinfettante a litri dovrebbe essere la standard in ogni attività e per tutti i pazienti. Ovviamente per l’assistenza ai pazienti accertati COVID19 la mascherina chirurgica non è sufficiente – in quel caso servono DPI dedicati – ma per limitare il rischio nell’assistenza ad un paziente non COVID19 potenzialmente infetto ed asintomatico una mascherina chirurgica correttamente utilizzata e l’igiene delle mani abbatterebbe di molto il rischio.

About the Author

PL Lopalco
Sono professore di Igiene e Medicina Preventiva presso l'Università di Pisa. Sono un epidemiologo, esperto di politiche vaccinali e medicina basata sulle evidenze. Ho vissuto per 10 anni a Stoccolma dove ho lavorato come responsabile del programma delle malattie prevenibili da vaccini e poi come capo della sezione per la valutazione scientifica nel Centro Europeo per la Prevenzione ed il Controllo delle Malattie (ECDC).

8 Comments on "Un tampone salverà il Mondo… o no?"

  1. Grazie. Molto interessante come al solito.

    Quello che vorrei capire però è, al calciatore, al politico o alla valletta di turno, i tamponi chi li ordina? Per dire, conosco medici pediatri che sono stati male (con cosa? Boh!) ai quali sono stati fatti esattamente ZERO esami. A leggere i giornali (online..) sembra che ci sia una fascia della popolazione, chiamiamola, alta e poi il resto.
    Impressione distorta?

    • io posso parlare per quello che conosco. Qui in Puglia i tamponi si fanno a TUTTI i contatti di un caso, anche con pochi sintomi, e ovviamente a chi ha sintomi che possano suggerire una polmonite

  2. Stefano Bertolucci | 23 marzo 2020 at 19:11 | Rispondi

    Grazie.
    Proprio oggi sostenevo (su Facebook) le sue stesse posizioni con alcuni concittadini qui a Bresso.
    Ovviamente con argomenti meno “solidi” dei suoi, ma comunque tentavo di far capire cosa vorrebbe dire nella nostra cittadina fare 26000 tamponi al giorno.
    Mi sono dovuto arrendere alla fine, non c’è stato nulla da fare.
    Almeno questo suo post mi rincuora, non sparavo fesserie.

  3. Terenzio Longobardi | 24 marzo 2020 at 17:07 | Rispondi

    Professore, cosa ne pensa di quanto detto in questa intervista dal Dott. Crisanti di Padova? In fondo, la strategia del Veneto di fare sorveglianza attiva sui focolai epidemici ha funzionato rispetto al disastro lombardo.
    https://www.globalist.it/science/2020/03/22/crisanti-epidemia-di-coronavirus-in-italia-numeri-inesatti-male-contenimento-e-monitoraggio-di-positivi-2054890.html?fbclid=IwAR2HSZDa-qGXMOiG6jf_1G2j6P_ymdvcTJImvmen84HV67olgNlbNK6eQic

  4. Naldi Gabriele | 30 marzo 2020 at 5:50 | Rispondi

    Buongiorno Professore,
    Negli ultimi giorni in molti articoli si parla di Lei, dell’indice di contagio e di come “R con zero” dovrà essere inferiore a 1, ma nessuno dice quanto sia il suo valore oggi. Ho cercato di capire come si calcola Ro (formule per me troppo complicate) ma e se ho ben capito può essere semplificato come il rapporto tra la somma dei contagiati degli ultimi 7 giorni e il numero dei contagiati all’inizio del periodo di 7 giorni considerati. (7 giorni in quanto mi risulta essere il periodo che è stato attribuito per convenzione, ai fini di questo calcolo, al coronavirus). Se è così dovremmo (in Italia) già essere sotto 1 (circa 0,73). Il mio è sicuramente un dato molto approssimato, ma vorrei capire se si avvicina comunque al valore “R con zero” reale. Grazie.

    • effettivamente il calcolo di R0 è complesso e, anche una volta eseguito, è suscettibile di una larga variabilità dovuta alla qualità dei dati che si utilizzano per eseguire il calcolo stesso. Il valore di calcolare R0 nel corso di epidemia è relativo: molto più importante analizzare i dati e valutare sul campo l’efficacia delle misure intraprese. Se il valore di R0 fosse <1.... avremmo risolto già da tempo il problema

  5. Giuseppe d’Orsi | 31 marzo 2020 at 11:06 | Rispondi

    Buongiorno, una domanda che forse nessuno si è mai posto ! Con un esame di laboratorio è’ possibile scoprire se un soggetto abbia contratto il virus Covid senza sintomi ovvero l esame di laboratorio mi potrebbe dire se il mio organismo ha già creato un anticorpo al covid ? Grato per la sua attenzione Saluti

    • questo test esiste e consiste nella ricerca di anticorpi specifici contro il virus. Cominciano ad essere al momento disponibili test abbastanza affidabili per fare questo esame e sicuramente saranno eseguiti su campioni sempre maggiori di popolazione nelle prossime settimane

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