Letalità for dummies

In questi giorni molti si accapigliano sulla letalità del nuovo SARS-CoV-2, causa della COVID-19.

Qual è, insomma, la letalità di questo virus? Cerchiamo di fare chiarezza.

La letalità è il numero di morti diviso il numero di persone che si ammalano per una certa malattia. Dunque morti/malati. Da non confondere con il concetto di mortalità che è invece dato dal numero di morti per una determinata malattia diviso la popolazione totale. Una malattia può avere letalità altissima, ma mortalità insignificante: tipico esempio la rabbia che in Europa ha una letalità del 100% ma mortalità pressochè vicina allo zero, essendo molto rara.

Fatta questa doverosa premessa, torniamo alla letalità.

La letalità di un virus dipende da tre fattori:

  1. L’aggressività del virus
  2. Le condizioni del paziente
  3. Il contesto assistenziale

Capite bene, dunque, che alla domanda “Qual è la letalità della COVID-19?“, c’è una sola risposta: “dipende“.

E’ abbastanza evidente che si tratti di un virus con un livello intrinseco di aggressività medio, direi una via di mezzo fra il virus della SARS e quello dell’influenza. Ma dobbiamo anche considerare anche chi colpisce, dove colpisce, quando colpisce.

CHI: è evidente dai dati cinesi che la letalità aumenta con il progredire dell’età, passando da valori vicini allo zero per bambini e giovani in buona salute, fino a valori di quasi il 15% negli anziani sopra gli 80 anni. Se facciamo un calcolo grezzo dividendo i dati dei casi e dei morti dichiarati all’OMS dalla Cina, oggi possiamo dire che la letalità generale è del 3,4%

DOVE: è altrettanto evidente che il livello di assistenza di un paziente con COVID-19 è diverso all’Ospedale Spallanzani rispetto ad una clinica rurale in Etiopia. Inutile discutere su questo. Se potessimo ricoverare tutti i pazienti con COVID-19 in un gigantesco Spallanzani il problema si limiterebbe molto.

QUANDO: per il motivo appena esposto, il tempo è anche un fattore importante nello sviluppo della letalità. E’ evidente che la qualità dell’assistenza può variare in una fase iniziale pandemica quando centinaia di casi si sviluppano in breve tempo ed intasano le strutture sanitarie, rispetto a quando ci si è ben preparati a rispondere all’ondata di casi. La letalità a Wuhan, l’epicentro dell’epidemia, è stata infatti molto più alta da quella registrata a Pechino, dove ci sono stati casi più diluiti nel tempo.

Ecco a cosa servono le misure di contenimento e mitigazione di una pandemia. A guadagnare tempo e fare in modo che il sistema sanitario sia preparato a fornire l’assistenza migliore a chi si ammala. Se in una fase di contenimento, contemporaneamente, non ci si attiva per la fase di mitigazione, i sacrifici imposti alle popolazioni, come la restrizione dei movimenti personali, saranno sacrifici inutili.

 

About the Author

PL Lopalco
Sono professore di Igiene e Medicina Preventiva presso l'Università di Pisa. Sono un epidemiologo, esperto di politiche vaccinali e medicina basata sulle evidenze. Ho vissuto per 10 anni a Stoccolma dove ho lavorato come responsabile del programma delle malattie prevenibili da vaccini e poi come capo della sezione per la valutazione scientifica nel Centro Europeo per la Prevenzione ed il Controllo delle Malattie (ECDC).

2 Comments on "Letalità for dummies"

  1. Però secondo me la domanda chiave è, quanti sono stati colpiti da questa malattia? Mi pare di capire che la risposta sia “boh”. Per dire, in quanti sono (stati) colpiti in Italia, solo qualche centinaia? O è più probabile qualche centinaia di migliaia, dato che se sei giovane la malattia è più probabile che ti passi senza problemi?
    Per dire, tutti gli anziani che sono deceduti, come l’hanno presa?

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