Uno, nessuno e centomila

I virus influenzali sono una grande famiglia. E come in ogni famiglia che si rispetti ci sono i buoni, i meno buoni, i cattivissimi. Molti virus influenzali, infatti, non sono affatto patogeni per l’uomo ma possono essere molto pericolosi per gli animali. Altri riescono ad infettare l’uomo ma producono forme gravi di malattia solo in una bassa percentuale degli infetti. Altri ancora sono molto aggressivi nell’uomo e producono tassi di letalità a due cifre. Come mai?

Ogni tipo di virus influenzale ha un nome ed un cognome. Il cognome è semplice: è A o B o C. I tipi A e B sono quelli più importanti per l’uomo. Il tipo A lo è particolarmente in quanto capace di diffondersi in modo pandemico. Cosa conferisce al virus A questa caratteristica?

I virus influenzali di tipo A sono capaci di infettare diverse specie oltre all’uomo: uccelli e mammiferi sia selvatici che da cortile. In uno stesso individuo, mettiamo un maiale, può avvenire una co-infezione da parte di virus di tipo diverso che, in questa occasione, possono facilmente scambiarsi materiale genetico. In questo modo la variabilità del virus aumenta molto più efficacemente. Il virus, infatti, non deve aspettare le mutazioni causali a cui va incontro “normalmente” ogni virus, ma può fare grossi salti di qualità acquisendo interi pezzi di genoma da altri membri della sua famiglia.

Ogni virus A viene classificato sulla base di due antigeni di superficie: emagglutinina (H) e neuraminidasi (N). Ecco perché abbiamo virus tipo H1N1 o H3N2 o H5N1. Ciascuno di questi esprime un tipo di H o di N differente. Piccoli cambiamenti in H o N avvengono di continuo (ecco perché il vaccino spesso non funziona al 100%) ma se una popolazione ha visto per decenni virus di tipo H3N2 ed ad un tratto si trova ad affrontare un virus H1N1, si troverà sostanzialmente scoperta e completamente suscettibile a questa nuova infezione. È come se incontrasse un virus completamente diverso.

I salti (shift) antigenici da un tipo all’altro determinano la diffusione di un virus influenzale, portando all’innesco di una pandemia. Si ha una pandemia quando un nuovo virus influenzale si diffonde attraverso i continenti. Questo avviene nel giro di pochi mesi, visto che l’incubazione dell’influenza è piuttosto breve.

Nel 2009 un nuovo virus di tipo H1N1 è emerso ed ha causato una nuova ondata pandemica che dura tuttora. Ma non era H1N1 anche il virus della terribile spagnola? Come mai nel 1918-19 quel virus causò tanti milioni di morti? Questo fu dovuto certamente all’assenza di terapie efficaci come antivirali ed antibiotici per controllare le complicanze, ma la sua virulenza ha sempre rappresentato un enigma per virologi ed epidemiologi. Le cronache dell’epoca producono racconti raccapriccianti degni della descrizione manzoniana della peste. Molti malati morivano per forme di polmonite emorragica che non lasciava scampo.

Il mistero è stato svelato solo nel 2005, quando un virus H1N1 del tutto simile a quello della spagnola è stato riprodotto in laboratorio ed è stato quindi studiato in tutte le sue caratteristiche. Esatto: perché un virus influenzale non contiene solo i geni che codificano per H e N, ma possiede altre 6 porzioni di RNA che possono rimescolarsi a piacimento formando il puzzle finale del genoma virale. Quindi, anche se il virus dell’ultima pandemia ha lo stesso nome e cognome (A/H1N1) di quello della spagnola, fortunatamente ha caratteristiche profondamente diverse.

In soldoni, la “cattiveria” di un virus influenzale dipende dalla sua capacità di infettare le cellule delle basse vie respiratorie. Più l’infezione scende in basso, causando polmonite, maggiori sono i danni che il virus provoca. Grazie al cielo, i virus A più cattivi generalmente sono quelli meno contagiosi, proprio per il fatto che non colonizzano tanto le alte vie aeree (diffondendosi attraverso un semplice starnuto) ma direttamente le vie respiratorie più profonde. E’ il caso dei tanti virus aviari, come l’H5N1 che ha colpito pochi esseri umani, ma fra quelli che ha infettato ne ha uccisi più della metà.

Il virus H1N1 della spagnola fu un mix micidiale di efficienza diffusiva (la popolazione non era immune al nuovo virus di tipo H1N1) e di virulenza. Lo studio del 2005 ha mostrato come il virus della spagnola fosse unico in termini di letalità in animali di laboratorio rispetto ad altri virus influenzali ed avesse capacità uniche di infettare e danneggiare cellule dell’albero respiratorio umano.

Lo studio del virus della spagnola, quindi, ci insegna molte cose e ci aiuta anche a rispondere alla domanda da 1 milione di dollari: può succedere di nuovo? Ma a questo risponderemo in una prossima puntata 😛

 

Riferimento bibliografico

Terrence M. Tumpey, et al. Characterization of the Reconstructed 1918 Spanish Influenza Pandemic Virus. Science, 2005

About the Author

PL Lopalco
Sono professore di Igiene e Medicina Preventiva presso l'Università di Pisa. Sono un epidemiologo, esperto di politiche vaccinali e medicina basata sulle evidenze. Ho vissuto per 10 anni a Stoccolma dove ho lavorato come responsabile del programma delle malattie prevenibili da vaccini e poi come capo della sezione per la valutazione scientifica nel Centro Europeo per la Prevenzione ed il Controllo delle Malattie (ECDC).

4 Comments on "Uno, nessuno e centomila"

  1. Buongiorno
    Ho un bambino che va a scuola materna, la pediatra a dicembre mi ha consigliato di vaccinarlo contro l’influenza per proteggere il fratellino che non può essere vaccinato. Purtroppo però il bimbo si è preso di tutto all’asilo e non ho potuto effettuare la vaccinazione. Adesso il bimbo sta meglio (ha solo raffreddore e tosse) quindi potrei vaccinarlo. La pediatra però è in ferie. Mi chiedo se sono ancora in tempo per vaccinarlo oppure se ormai è troppo tardi.Grazie

    • Purtroppo è un po’ tardi per la vaccinazione. Il vaccino impiega almeno un paio di settimane per avere la sua efficacia protettiva ed il picco massimo influenzale è arrivato o è alle porte. Eventualmente si senta con il pediatra appena rientra per valutare bene la situazione. Se la necessità di proteggersi è alta, alla fine “meglio tardi che mai”. Se lo scopo è proteggere il fratellino, comunque, tenga in casa una bottiglietta di alcolgel e lavi spesso le mani ai bambini (ed al resto della famiglia) con il gel. Almeno ogni volta che si entra a casa dopo essere stati fuori. Può limitare il rischio di contagio e non costa nulla.

  2. Secondo la sua opinione, una guerra mondiale può in qualche modo modificare la mortalità provocata da un virus?

    • Certamente si, soprattutto fra i soldati. Le ricordo che la prima guerra mondiale fu una guerra di trincea, cioè combattuta dagli eserciti con minimo coinvolgimento della popolazione civile. La spagnola si diffuse in tutto l’occidente proprio grazie ai movimenti di truppe. L’alta letalità del virus è solo parzialmente spiegata dal fatto che parliamo del 1918-19 (assenza di antibiotici, guerra in corso, stato di nutrizione carente). Il virus è stato ricostruito in laboratorio e studiato. Se circolasse oggi, quello stesso virus, non farebbe certo lo stesso danno del 1918-19, ma provocherebbe comunque milioni di morti proprio a causa delle sue caratteristiche genetiche.

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